martedì 29 maggio 2007

Sulla stessa barca - voci dal porto di Trieste



Sulla stessa barca
voci dal Porto di Trieste


scritto e diretto da Pietro Orsatti

Continuazione ideale del percorso iniziato con il il documentario sul porto di Genova (De Mä - trasformazione e declino) questo reportage affronta la realtà del lavoro e degli appalti delle privatizzazioni nel porto di Trieste.
La privatizzazione degli scali italiani è stata fra le più radicali e profonde mai attuate in Italia. Una privatizzazione non governata: si è passati da un sistema porto dai grandi conflitti e dove aveva cittadinanza anche le più estreme forme di corporativismo come quelle dei lavoratori portuali delle Compagnie degli anni ’70, a un Far West senza un governo e con sempre meno diritti. A Trieste la Compagnia si è trasformata da ente di diritto pubblico a impresa passando da 1600 a 80 soci in meno di 15 anni. E contemporaneamente si è costruita una rete di circa 15 cooperative ciascuna in concorrenza con tutte le altre imprese operanti in porto. Se a metà degli anni ’80 un portuale portava a casa in media 3 milioni al mese oggi con fatica arriva ai 1000 euro.
La funzione di governo, il dominus del porto, è affidato all’Autorità Portuale, e le cariche come spesso accade in Italia sono di nomina politica. A volte può andare bene, può capitare che nell’allegra distribuzione delle poltrone una persona competente si ritrovi al posto giusto, altre volte invece ci si può trovare a casi quantomeno bizzarri: fino a tutto il 2006 il presidente dell’Autorità di Trieste è stata Marina Monassi (in quota al centro destra) biologa e nonostante precedenti incarichi al Ministero della Marina mercantile, senza l’adeguata esperienza nella gestione di un demanio complesso come quello di un porto e senza specifica formazione nel settore delle infrastrutture logistiche. Questi i punti dai quali decolla il racconto del del documentario.


E SU ARCOIRIS.TV puoi scaricarlo e vederlo in vari formati e puoi votarlo per mandarlo sul satellite

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venerdì 13 aprile 2007

Morte bianca nel porto di Genova

Si chiamava Enrico Formenti ed aveva 40 anni l'uomo che stamani e' rimasto schiacciato da una
balla di cellulosa del peso di circa due tonnellate, al terminal Forest di Ponte Somalia. Formenti era uno uno dei responsabili operativi del terminal.
Secondo le prime indagini compiute da Polmare e Asl, che e' l'organo di vigilanza in ambito di prevenzione e sicurezza sul lavoro, pare che Formenti stesse smarcando gli imballaggi per conto di un cliente o per una destinazione. In pratica, probabilmente, faceva un'operazione di controllo e non di movimentazione.
Le balle in quell'area erano accatastate una sull'altra per un'altezza complessiva di circa 8 metri. La pila da cui e' precipitata la balla che ha schiacciato il portuale era poggiata su dei supporti in legno mentre in un'altra zona erano impilati a pavimento.
Una balla e' improvvisamente piombata addosso a Formenti; quando e' intervenuto il primo soccorritore l'uomo era gia' morto.
Sul posto, oltre a Polmare, Asl e Capitaneria di Porto e' intervenuto anche il pm Walter Cotugno che ha disposto il sequestro sia dell'area in cui e' accaduto l'infortunio mortale sia di un'ampia parte del terminal dove vi e' il deposito di stoccaggio, un'area di 200 metri per 50 circa, dove sono accatastate tutte le balle. Questo, e' stato spiegato in Procura, al fine di verificare che i 'pacchi' di cellulosa siano in sicurezza.

LA GALLERIA DI FOTO DEL BLOCCO IN CORSO


blocco porto di genova

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La morte di Enrico Formenti, il terminalista del porto di Genova deceduto oggi sotto una balla di cellulosa al terminal frutta, è l'ultimo di una lunga serie di infortuni che hanno colpito negli ultimi anni lo scalo ligure. I dati sono impressionanti. In nove anni si sono verificati ben 25 incidenti mortali solo fra i portuali: questo numero cresce in modo impressionante (24 decessi in 5 anni) se si aggiungono le altre morti avvenute sempre "in porto" ma in altre categorie: operai, marittimi di bordo, camionisti.
Un altro dato, riferito alla sola Compagnia Unica, la categoria numericamente più importante del porto di Genova con circa 1000 persone impiegate, non lascia dubbi sulla pericolosità del lavoro nei terminal oggi: una ricerca della Bocconi realizzata alla fine degli anni '90 parlava di circa 700 infortuni l'anno, di varia gravità, su mille lavoratori.
Quello della sicurezza, insieme al salario, rappresenta uno dei parametri più sensibili per la valutazione del reale stato della portualità italiana. Il numero di incidenti nel resto dei porti europei storici è di gran lunga inferiore a quello italiano, e un portuale greco, spagnolo o francese ha un trattamento economico tre volte maggiore di un suo collega italiano.
Il sistema portuale nel nostro paese è in crisi da almeno cinque anni. Mentre gli altri porti del Mediterraneo crescono in proporzione all'attuale incremento dei traffici di merci (si prevede il raddoppio entro il 2025), i porti italiani sono fermi, o in deficit, rispetto alle movimentazioni della fine degli anni '90. La crisi economica e strutturale del comparto logistico portuale si trasferisce nel progressivo degrado anche della qualità del lavoro, della sicurezza e dei diritti. "Se si dovessero applicare alla lettera le norme di sicurezza previste dalle normative internazionali – racconta Massimo Meucci, portuale e segretario di uno dei circoli di lavoratori di Prc a Genova – il porto, qualsiasi porto, si fermerebbe". Mentre molto spesso il lavoro non si ferma nemmeno davanti a incidenti mortali, come racconta Luca, un altro portuale: "Ho visto morire un ragazzo schiacciato fra due "ralle". Lo sai cosa hanno fatto? Ai tempi di mio padre avrebbero bloccato il porto, e invece hanno coperto la pozza di sangue con la segatura e hanno continuato a lavorare".
La sicurezza in porto è legata a numerosi fattori, dalla manutenzione allo stato delle navi da caricare e scaricare, dalle condizioni generali di lavoro all'uso di straordinari e "doppi turni". Il lavoro è diviso su quattro turni a coprire l'intero arco della giornata. Spesso, quando ci sono flussi di lavoro intensi, la "chiamata" è ravvicinata. Un turno, poi sei ore di riposo, un altro turno, altre sei ore e così via. Quando la turnazione è così intensa è inevitabile che la stanchezza e la concentrazione cali pericolosamente. E in questo caso è facile provocare un incidente o esserne vittima.
"Quello che manca sono le regole, delle regole vere – dichiara Bruno Rossi, sindacalista e ex dirigente della Compagnia Unica – Nei terminal, oggi, di fatto chi decide anche della sicurezza è soltanto l'impresa, che risponde esclusivamente alle logiche del profitto". E' la logica delle privatizzazioni, confermata e descritta anche dalla pubblicistica ufficiale.
"Gli Enti Portuali si sono ritirati da ogni funzione operativa, trasformandosi in Autorità Portuali e le Compagnie Portuali, che operavano come organismi "di fatto" di natura pubblica, sono diventate imprese di diritto privato – Si legge in Operazione Mediterraneo, documento dell'Ancip, l'associazione che raccoglie le compagnie portuali - mentre la gestione delle operazioni portuali è stata affidata a società private. E' difficile trovare nel contesto italiano un processo analogo di devolution, di privatizzazione e di apertura al mercato così radicale e contemporaneo".
Se oggi, dopo la morte di Formenti, il porto è bloccato lo si deve anche all'esasperazione e al disagio accumulato da molti lavoratori: già nei due giorni precedenti la tragedia si erano verificati altri quattro infortuni più o meno gravi. E non solo. Alcuni lavoratori si erano esposti personalmente proprio nelle scorse settimane per denunciare la situazione di degrado ricevendo intimidazioni e pressioni per ritirare le proprie dichiarazioni: si era arrivati addirittura a scritte intimidatorie in porto e in alcuni casi si è giunti a passi formali da parte delle aziende con minacce di provvedimenti disciplinari a chi aveva avuto il coraggio di parlare.

lunedì 26 marzo 2007

Non si ammazzano così neanche i camalli - da Left e Altern@tivamente

Imagedi Pietro Orsatti
Reportage porto di Genova, realizzato durante la lavorazione del film “De Mä, trasformazione e declino”.
La nave trasporta tubi di acciaio. Sono lì, sul fondo della stiva, in gran parte sciolti. Per raggiungerli bisogna calarsi per una scaletta ricavata sulla paratia, verticale. Si scende senza una sicurezza. Non ci sono imbragature o corde o moschettoni: si scende e basta.
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lunedì 19 marzo 2007

DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO



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Uno dei settori che hanno pagato di più le trasformazioni degli anni '80 è sicuramente quello del lavoro marittimo. Ci si trova davanti al paradosso di un settore storicamente fondamentale per la nostra economia diventato praticamente assente oggi sia nello scenario domestico che in quello internazionale. Un'assenza non reale (il settore numericamente è in crescita e si prevede praticamente il raddoppio del traffico container nel Mediterraneo entro il 2015/2020) ma indotta e in qualche modo imposta. In realtà la deregulation nel nostro paese dell'intero settore portuale è in essere da più di 15 anni. Deregolamentazione contrattuale (e nessuno vero e proprio contratto collettivo fino a pochissimi anni fa che, anche se oggi esistente, in alcune realtà come il Porto di Genova non viene molte volte applicato) e precarietà, turni massacranti, uso intensivo di orari di straordinario spesso non retribuiti o retribuiti come ore normali, sicurezza in declino, nessuna assistenza ai lavoratori, frammentazione: un quadro desolante oggi per quella che era considerata una categoria particolare, quasi una "aristocrazia" del movimento operaio.

Da queste premesse nasce il documentario “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO”, scritto e diretto da Pietro Orsatti con la produzione di SenzaMedia – progetto collettivo di comunicazione e la collaborazione di Arcoiris.tv, che lo renderà disponibile il streaming sul sito www.arcoiris.tv e manderà in onda sul canale Arcoiris.tv (Sky 916) il dibattito della presentazione avvenuta il 16 marzo a Genova.

DVD
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giovedì 8 marzo 2007

comunicato stampa per la presentazione del 16 marzo 2007

IL 16 MARZO ALLE ORE 17 A GENOVA PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO” - ALLA PRESENTAZIONE PARTECIPERANNO FRA GLI ALTRI GIORGIO CREMASCHI (FIOM) E PINO DI MAULA (VICEDIRETTORE DI LEFT) E SERGIO BOLOGNA (ESPERTO DI PORTUALITA'” - LA PROIEZIONE SI TERRA' PRESSO IL CINEMA INSTABILE (ZONA FOCE) IN VIA CECCHI 19/R
Uno dei settori che hanno pagato di più le trasformazioni degli anni '80 è sicuramente quello del lavoro marittimo. Ci si trova davanti al paradosso di un settore storicamente fondamentale per la nostra economia diventato praticamente assente oggi sia nello scenario domestico che in quello internazionale. Un'assenza non reale (il settore numericamente è in crescita e si prevede praticamente il raddoppio del traffico container nel Mediterraneo entro il 2015/2020) ma indotta e in qualche modo imposta: la de-industrializzazione e il mancato appuntamento con l'adeguamento delle infrastrutture porta a non essere, come Italia, protagonisti nella ridefinizione del comparto marittimo europeo e del lavoro ad esso connesso.
La ragione di questa assenza è facile da spiegare. In realtà la deregulation nel nostro paese dell'intero settore portuale è in essere da più di 15 anni. Deregolamentazione contrattuale (e nessuno vero e proprio contratto collettivo fino a pochissimi anni fa che, anche se oggi esistente, in alcune realtà come il Porto di Genova non viene molte volte applicato) e precarietà, turni massacranti, uso intensivo di orari di straordinario spesso non retribuiti o retribuiti come ore normali, sicurezza in declino, nessuna assistenza ai lavoratori, frammentazione: un quadro desolante oggi per quella che era considerata una categoria particolare, quasi una "aristocrazia" del movimento operaio.
Questo è avvenuto in particolare nel porto di Genova e dove non è stato applicato il contratto collettivo. Contratto che è stato invece applicato a Voltri: un porto nato dalla volontà della FIAT, totalmente privatizzato, che ha assorbito un'ingente massa di finanziamenti pubblici per divenire oggi proprietà dell'autorità portuale di Singapore. Voltri non è Genova, ne è totalmente scisso, urbanisticamente e commercialmente distante. E mentre Voltri cresce quello di Genova sembra essere fermo al palo.
Da queste premesse nasce il documentario “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO”, scritto e diretto da Pietro Orsatti con la produzione di SenzaMedia – progetto collettivo di comunicazione e la collaborazione di Arcoiris.tv, che lo renderà disponibile il streaming sul sito www.arcoiris.tv e manderà in onda sul canale Arcoiris.tv (Sky 916) il dibattito della presentazione.
Attraverso il racconto corale dei lavoratori, sia di quelli che hanno visto la trasformazione che dei più giovani che in qualche modo l'hanno subita, viene mostrata questa realtà assolutamente sconosciuta sul piano nazionale.

domenica 25 febbraio 2007

comunicato stampa circolo lavoratori portuali

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
CIRCOLO DEI LAVORATORI PORTUALI E DEL TRASPORTO MERCI DI GENOVA


COMUNICATO STAMPA

IL CIRCOLO DEI LAVORATORI PORTUALI E DEL TRASPORTO MERCI DI GENOVA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA INTERVIENE SULLA VICENDA DELLE INTIMIDAZIONI SUI LAVORATORI DEGLI ULTIMI GIORNI IN RELAZIONE ALLA PROSSIMA PRESENTAZIONE DEL FILM "DE MA - TRASFORMAZIONE O DECLINO"

Il Circolo del porto ha collaborato alla realizzazione del documentario "De Ma - Trasformazione o declino" per costringere tutti a misurarsi con i fatti, con la realtà a partire dalla condizioni di lavoro in porto. Quindi non siamo stupiti delle reazioni inconsulte e violente rivolte soprattutto contro un dirigente sindacale (minacciato anche con scritte intimidatorie) da parte di chi non immagina altra soluzione che continuare così: le ex compagnie portuali sono e si sono relegate al ruolo di imprese di lavoro interinale con l'aggravante che i soci non sono solo la variabile dipendente dell'impresa comune a tutte le cooperative (prendono se il bilancio e in attivo, mettono se è in passivo), ma nel nostro caso i soci sono anche la merce che viene venduta sul libero mercato, rinunciando così ad ogni forma di emancipazione del lavoro.

Il film in questione mostra tutto questo. Siamo certi che verrà presentato e distribuito come previsto, e in quel momento sarà inevitabile riconoscere il fallimento irrimediabile e concettuale dell'impresa. Da quel momento si lavori insieme per trovare soluzioni praticabili, come quel del resto praticate normalmente dai lavoratori portuali del resto d'Europa.

Il film affronta l'inefficienza complessiva del modello operativo portuale conseguenza inevitabile della ideologica rinuncia al ruolo di regia pubblica del porto; a questo proposito vorremmo segnalare ai disattenti media locali e non che l'unico treminal che cresce significativamente nel porto di Genova è il VTE di Voltri che non a caso è un terminal gestito dalla autorità portuale di Singapore, cioè da un ente pubblico che si guarda bene dal rinunciare a rivestire un modello produttivo, anzi, in questa veste colonizza gli altri scali.

www.circolodelportodigenova.org
circolo@circolodelportodigenova.org

BREVE RASSEGNA STAMPA DI QUESTI GIORNI




Le foto delle scritte intimidatorie a Genova

Questi quattro scatti testimoniano i toni del "dibattito" sul film in questi giorni a Genova. Ieri sono state cancellate, ma per alcuni giorni campeggiavano in bella mostra a San Benigno



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sabato 24 febbraio 2007

De Ma - Storia di un film che qualcuno non vuole che esca

Per un anno ho lavorato alla realizzazione di un documentario sulla realtà del lavoro del porto di Genova, "De Mä, trasformazione o declino". Fin dall'inizio non ho voluto seguire la via tradizionale dell'inchiesta giornalistica patinata, con un pastone di dichiarazioni dei vari soggetti istituzionali, imprenditoriali e sindacali; ho voluto invece immergermi nelle storie dei lavoratori, raccogliendo racconti e immagini di lavoro e di vita, dando voce a chi spesso non ne ha. E molti lavoratori in questa lenta costruzione narrativa mi hanno accompagnato, offrendo il proprio volto e la propria esperienza personale con generosità, a volte con dolore e altre con allegria. Quello che è uscito fuori da questo lungo anno di lavoro ha confermato la sensazione che fin dalla prima bozza di stesura del documentario: non solo la stagione eroica dei camalli genovesi, dell'élite della classe operaia, era tramontata, ma che la trasformazione verificatasi a Genova negli ultimi 10 anni ha consentito il formarsi di un intreccio incredibile e pericoloso di precarietà, assenza di diritti, discriminazioni, degenerazioni politiche ed economiche, mancanza di sicurezza sul lavoro.
Tutto questo a fronte di una crisi, confermatasi ormai da sei anni almeno, dell'intero settore della portualità italiana che non riesce a reggere minimamente il confronto con i porti francesi e spagnoli. I dati parlano chiaro: 24 morti in porto in cinque anni; nell'ambito della Compagnia Unica (la mitica compagnia dei dockers genovesi) centinaia di incidenti all'anno su circa mille lavoratori; cattiva gestione del sistema portuale; autoproduzione (caso unico in tutta Europa) da parte dei terminalisti e armatori privati; cottimo; precarietà diffusa; mancata applicazione della legge 84/94 che prevede il contratto nazionale del lavoro portuale e l'istituto del mancato avviamento. Questi dati hanno trovato completa conferma nelle voci delle decine delle persone intervistate e delle immagini filmate durante la lavorazione.
Chiaramente mi aspettavo critiche, anche polemiche feroci: sono consapevole che in ogni caso il film ha per la prima volta svelato interamente un mondo assolutamente sconosciuto se non al ristretto ambito degli addetti ai lavori. Per questa ragione stavo cercando di organizzare una presentazione pubblica, invitando autorevoli interlocutori per aprire un dibattito aperto sull'iniziativa, e contemporaneamente stavo realizzando da alcune settimane piccole proiezioni private per calibrare al meglio il lavoro e ne ho messo parte (una versione completa a bassa risoluzione) su un indirizzo internet per raccogliere opinioni e contributi.
Ma non sono arrivati commenti o critiche, anzi. Quelle che sono arrivate sono state minacce e intimidazioni, sia verbali che scritte sui muri, ai lavoratori che avevano raccontato davanti alla telecamera la propria esperienza umana e lavorativa. Minacce chiare tese a far spaventare questi lavoratori, in particolare i giovani più esposti, per costringerli a fare un passo indietro, a "farsi togliere" dal film. La cosa più grave è che queste minacce sono state fatte sul posto di lavoro da altri lavoratori, e che le scritte sono comparse proprio nei locali della Compagnia Unica, addirittura una è stata anche posta nello spazio della bacheca ufficiale alla Chiamata, praticamente nel luogo più conosciuto e frequentato di questa sorta di "tempio" della classe operaia genovese. Scritte non generiche, ma con insulti e minacce e con il nome del destinatario in bella evidenza. Nomi di lavoratori, persone che hanno raccontato liberamente la propria condizione di lavoratori.
Una campagna assurda e vigliacca, una sorta di guerra preventiva e, questo il paradosso, ancor prima che venisse reso pubblico e presentato l'intero film.
Per questa ragione ho dovuto bloccare temporaneamente la presentazione di questa versione del film e sono tornato in montaggio: sto sostituendo le sequenze di quei lavoratori che, spaventati, si sono tirati indietro. Non li biasimo, anzi, fin dall'inizio ho sempre dichiarato a tutti che ero disponibile a ogni modifica funzionale alla loro tutela. Altri lavoratori, invece, hanno accettato di continuare, non vogliono retrocedere nonostante le gravissime pressione ricevute negli ultimi giorni.
Avevamo previsto la presentazione del film il 16 di marzo a Genova. In ogni modo cercheremo di mantenere l'impegno: lo dobbiamo soprattutto a quelle tante persone che hanno offerto il proprio volto e la propria voce all'obiettivo di una telecamera, e lo dobbiamo a tutti quei lavoratori che ogni giorno, in ogni ora del giorno della notte, in tuta e guanti rischiano la vita in porto, fra container e fasci di tubi di acciaio, pilastri di cemento e mezzi pesanti, gru e montagne di carbone e caolino. "Sono diventati come soldati per lavorare – mi ha raccontato un vecchio sindacalista che la trasformazione del porto l'ha vissuta tutta sulla propria pelle – vivono come bestie e si fanno male come bestie". Anche e soprattutto per loro è stato girato questo film.

venerdì 23 febbraio 2007

COMUNICATO STAMPA

23/02/2006


COMUNICATO STAMPA

DOPO SETTIMANE DI PRESSIONI E INTIMIDAZIONI SUI LAVORATORI CHE AVEVANO RACCONTATO LA PROPRIA CONDIZIONE RITARDATA LA PRESENTAZIONE DI UN FILM SULLA REALTA' DEL PORTO DI GENOVA – CONFERMATO L'APPUNTAMENTO DEL 16 MARZO (data prevista per l'anteprima) DOVE VERRANNO PRESENTATE LE PARTI PIU' SIGNIFICATIVE DEL FILM.

“De Ma, trasformazione o declino”: questo il titolo del documentario sulla realtà del lavoro nel porto di Genova che doveva essere presentato il 16 marzo in anteprima e che l'autore, il regista Pietro Orsatti, ha temporaneamente bloccato davanti ad una vera e propria campagna di pressioni e intimidazioni su molti dei lavoratori portuali e dei testimoni che avevano raccontato nel film la propria vicenda umana e professionale.

“Si sono verificate numerose pressioni sul posto di lavoro soprattutto sui lavoratori più giovani e meno politicizzati e tutelati – racconta il regista – un film non vale un posto di lavoro, o un clima di questo tipo. Per questa ragione ho deciso con la produzione di sospendere per ora le presentazioni di questo documentario. E' paradossale questa vera e propria campagna preventiva: non è stata fatta ancora nessuna presentazione pubblica del prodotto, solo su internet, a bassa risoluzione, era disponibile da circa una settimana una versione non completa e che oggi è stata comunque ritirata. Ma le intimidazioni erano partite ancora prima che questa versione fosse disponibile: quello che è evidente è che in molti non vogliono che si racconti la realtà sulla sicurezza del lavoro, della precarietà e del declino del principale porto italiano”.

Nel film venivano raccontate, attraverso le voci di numerosi lavoratori, le drammatiche condizioni di lavoro dei portuali genovesi, e in particolari quelli della Compagnia Unica: 24 morti in cinque anni nel porto; solo in Compagnia unica una media annuale diverse centinaia di incidenti sul lavoro sui mille lavoratori; uso indiscriminato del lavoro a cottimo; precarietà diffusa e mancata applicazione della legge 84/94 che prevede, fra l'altro, il contratto nazionale per il lavoro portuale e l'istituto del mancato avviamento; assenza di una politica di gestione organica nelle aree portuali, di competenza dell'Autorità portuale, con conseguente degenerazione di tutte le principali attività di manutenzione e razionalizzazione del lavoro nei terminal.

“Non ritiro il film – racconta l'autore – e non rimando la data della sua presentazione. La necessità di tutelare quei lavoratori a rischio di discriminazioni gravissime prospettatesi in questi giorni, ci costringe soltanto ad alcuni ritocchi in montaggio: sostituire qualche voce quando si hanno centinaia di ore di film girato non è un problema”.

“La cosa più incredibile – conclude Orsatti – e che in realtà il film non vuole colpire una categoria o un'organizzazione come la Compagnia Unica, anzi. Dimostrando le enormi difficoltà che oggi attraversa la portualità in Italia, raccontando la trasformazione del settore e la drammaticità delle condizioni di lavoro si voleva contribuire soltanto a aprire una discussione realistica su quello che sta avvenendo da alcun anni a Genova. Cercare di bloccare il film, come si sta tentando di fare, dimostra solo che non si vuole che del porto se ne parli. Forse a qualcuno sta bene così”.

martedì 30 gennaio 2007

Radio Gold - Le vicende dei portuali di Genova in un film documentario

Si fa sempre più stretto il legame tra Genova e Alessandria, grazie all'accordo raggiunto tra le due Province e al progetto di retroporto che dovrebbe essere realizzato nel sud della nostra provincia. Non mancherà di suscitare interesse, dunque, anche nell'alessandrino il film documentario "De Mà", dedicato ai portuali di Genova. Il regista e giornalista romano Pietro Orsatti (foto) lo ha presentato sabato pomeriggio nel capoluogo ligure, in un locale frequentato dai camalli genovesi nella zona del Porto Vecchio. Per saperne di più potete visitare il sito filmdema.blogspot.com.

VAI A ASCOLTARE IL SERVIZIO SU RADIOGOLD

lunedì 29 gennaio 2007

Il film

A causa di numerose pressioni e intimidazioni ricevute da alcuni dei lavoratori che hanno rilasciato dichiarazioni nel film, il documentario, per ora, viene ritirato da autore e produzione per tutelare tutte le persone coinvolte

domenica 28 gennaio 2007

Dalla rivista mensile MicroMega in edicola dal 12 gennaio

CAMALLI, A RISCHIO DELLA VITA


Il caporalato, camuffato da lavoro interinale, è entrato anche nelle Compagnie dei lavoratori portuali, un tempo simbolo della difesa dei diritti degli operai. Ormai anche il sindacato - spesso seduto nei cda delle Compagnie e delle agenzie di lavoro in affitto - mette al primo posto la produttività.

E intanto i lavoratori rischiano la vita ogni giorno.

Qualcuno l'ha già persa, come Luca Vertullo.



di MARCO PREVE


Un morto scomodo. Circondato da imbarazzi e silenzi, proprio nei giorni in cui il presidente della Repubblica invita a "spezzare la catena delle vittime del lavoro".

Se si vuole un segno forte, tangibile, e preoccupante, del malessere e dell'insofferenza che agitano larga parte del mondo del lavoro, quello che produce i fischi e le contestazioni ai leader del centro-sinistra e dei sindacati, allora val la pena di fare un giro sul fronte del porto.

L' universo dei camalli, quelli di Genova come di tutti gli altri scali italiani, dopo la rivoluzione forzata degli anni Novanta con la privatizzazione delle banchine, oggi è solcato da una serie di profonde contraddizioni. Da ultimo baluardo a difesa dei diritti degli operai, simboli dell'antifascismo, feroci accusatori dello sfruttamento dei lavoratori, oggi le Compagnie vivono una trasformazione in senso manageriale, con legami sempre più intrecciati con la politica, il sindacato istituzionale e la grande finanza, che rischiano, e anzi lo stanno già facendo, di corrodere l'antica autorità morale dei camalli.

(LEGGI L'intero articolo...)

Trailer del film

Anche il trailer del film, a causa delle pressioni e intimidazioni ricevute da alcuni dei lavoratori che hanno rilasciato dichiarazioni nel documentario, viene, per ora, ritirato

venerdì 26 gennaio 2007

PER ORDINARE IL DVD



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lunedì 15 gennaio 2007

Locandina

"De mä", oltre il confine - articolo su Aternativ@mente

Lavoro
lunedì 15 gennaio 2007
di Alessandro Ambrosin

Intervista a Pietro Orsatti, regista del video inchiesta "De mä", trasformazione e declino - un film sulla fine del lavoro portuale a Genova.


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