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mercoledì 21 marzo 2007
giovedì 8 marzo 2007
comunicato stampa per la presentazione del 16 marzo 2007
IL 16 MARZO ALLE ORE 17 A GENOVA PRESENTAZIONE DEL DOCUMENTARIO “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO” - ALLA PRESENTAZIONE PARTECIPERANNO FRA GLI ALTRI GIORGIO CREMASCHI (FIOM) E PINO DI MAULA (VICEDIRETTORE DI LEFT) E SERGIO BOLOGNA (ESPERTO DI PORTUALITA'” - LA PROIEZIONE SI TERRA' PRESSO IL CINEMA INSTABILE (ZONA FOCE) IN VIA CECCHI 19/R
Uno dei settori che hanno pagato di più le trasformazioni degli anni '80 è sicuramente quello del lavoro marittimo. Ci si trova davanti al paradosso di un settore storicamente fondamentale per la nostra economia diventato praticamente assente oggi sia nello scenario domestico che in quello internazionale. Un'assenza non reale (il settore numericamente è in crescita e si prevede praticamente il raddoppio del traffico container nel Mediterraneo entro il 2015/2020) ma indotta e in qualche modo imposta: la de-industrializzazione e il mancato appuntamento con l'adeguamento delle infrastrutture porta a non essere, come Italia, protagonisti nella ridefinizione del comparto marittimo europeo e del lavoro ad esso connesso.
La ragione di questa assenza è facile da spiegare. In realtà la deregulation nel nostro paese dell'intero settore portuale è in essere da più di 15 anni. Deregolamentazione contrattuale (e nessuno vero e proprio contratto collettivo fino a pochissimi anni fa che, anche se oggi esistente, in alcune realtà come il Porto di Genova non viene molte volte applicato) e precarietà, turni massacranti, uso intensivo di orari di straordinario spesso non retribuiti o retribuiti come ore normali, sicurezza in declino, nessuna assistenza ai lavoratori, frammentazione: un quadro desolante oggi per quella che era considerata una categoria particolare, quasi una "aristocrazia" del movimento operaio.
Questo è avvenuto in particolare nel porto di Genova e dove non è stato applicato il contratto collettivo. Contratto che è stato invece applicato a Voltri: un porto nato dalla volontà della FIAT, totalmente privatizzato, che ha assorbito un'ingente massa di finanziamenti pubblici per divenire oggi proprietà dell'autorità portuale di Singapore. Voltri non è Genova, ne è totalmente scisso, urbanisticamente e commercialmente distante. E mentre Voltri cresce quello di Genova sembra essere fermo al palo.
Da queste premesse nasce il documentario “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO”, scritto e diretto da Pietro Orsatti con la produzione di SenzaMedia – progetto collettivo di comunicazione e la collaborazione di Arcoiris.tv, che lo renderà disponibile il streaming sul sito www.arcoiris.tv e manderà in onda sul canale Arcoiris.tv (Sky 916) il dibattito della presentazione.
Attraverso il racconto corale dei lavoratori, sia di quelli che hanno visto la trasformazione che dei più giovani che in qualche modo l'hanno subita, viene mostrata questa realtà assolutamente sconosciuta sul piano nazionale.
Uno dei settori che hanno pagato di più le trasformazioni degli anni '80 è sicuramente quello del lavoro marittimo. Ci si trova davanti al paradosso di un settore storicamente fondamentale per la nostra economia diventato praticamente assente oggi sia nello scenario domestico che in quello internazionale. Un'assenza non reale (il settore numericamente è in crescita e si prevede praticamente il raddoppio del traffico container nel Mediterraneo entro il 2015/2020) ma indotta e in qualche modo imposta: la de-industrializzazione e il mancato appuntamento con l'adeguamento delle infrastrutture porta a non essere, come Italia, protagonisti nella ridefinizione del comparto marittimo europeo e del lavoro ad esso connesso.
La ragione di questa assenza è facile da spiegare. In realtà la deregulation nel nostro paese dell'intero settore portuale è in essere da più di 15 anni. Deregolamentazione contrattuale (e nessuno vero e proprio contratto collettivo fino a pochissimi anni fa che, anche se oggi esistente, in alcune realtà come il Porto di Genova non viene molte volte applicato) e precarietà, turni massacranti, uso intensivo di orari di straordinario spesso non retribuiti o retribuiti come ore normali, sicurezza in declino, nessuna assistenza ai lavoratori, frammentazione: un quadro desolante oggi per quella che era considerata una categoria particolare, quasi una "aristocrazia" del movimento operaio.
Questo è avvenuto in particolare nel porto di Genova e dove non è stato applicato il contratto collettivo. Contratto che è stato invece applicato a Voltri: un porto nato dalla volontà della FIAT, totalmente privatizzato, che ha assorbito un'ingente massa di finanziamenti pubblici per divenire oggi proprietà dell'autorità portuale di Singapore. Voltri non è Genova, ne è totalmente scisso, urbanisticamente e commercialmente distante. E mentre Voltri cresce quello di Genova sembra essere fermo al palo.
Da queste premesse nasce il documentario “DE MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO”, scritto e diretto da Pietro Orsatti con la produzione di SenzaMedia – progetto collettivo di comunicazione e la collaborazione di Arcoiris.tv, che lo renderà disponibile il streaming sul sito www.arcoiris.tv e manderà in onda sul canale Arcoiris.tv (Sky 916) il dibattito della presentazione.
Attraverso il racconto corale dei lavoratori, sia di quelli che hanno visto la trasformazione che dei più giovani che in qualche modo l'hanno subita, viene mostrata questa realtà assolutamente sconosciuta sul piano nazionale.
sabato 27 gennaio 2007
giovedì 11 gennaio 2007
De Mä - di cosa parla il film
Due linee narrative distinte ma fra loro intrecciate. La prima racconta la vicenda umana e le peripezie lavorative di alcuni lavoratori portuali, di diverse generazioni, e dei loro familiari. Le lotte, la fatica, i sogni, le aspettative.La seconda linea è rappresentata da una rigorosa inchiesta sul mondo della portualità oggi, sulla trasformazione del modo di produrre e di lavorare nel nostro paese.
Punto centrale il porto, la sua relazione con la città, la sua rete di scambi non solo mercantili. E il lavoro e di dove è finita l'aristocrazia operaia italiana.
Di "aristocrazia operaia" se n'è parlato in particolare per lavoratori di una città: Genova. Con il nome di "camalli" - erano riuniti in una consorteria organizzata con più di mille anni di storia, i lavoratori del porto di Genova a partire dagli anni ottanta sono praticamente scomparsi. Oggi "camalli" è il nome di una trattoria o di un circolo Arci in vena di nostalgie, mentre il lavoro in porto si è frammentato e progressivamente trasformato in precario. Questa categoria si è infranta e dissolta nel corso degli anni '80, dopo una stagione di lotte e di sconfitte che hanno ridefinito la natura sociale e produttiva della stessa città. Da città produttiva e industriale a città terzializzata ma con ampie aree di disagio sociale, da grande porto con aspirazioni internazionali a semplice porto di interscambio (dopo venti anni di diminuzione dei tonnellaggi delle merci in transito solo ultimamente si nota una ripresa anche se molto parziale e legata quasi esclusivamente al terminal container Messina già citato), da area di cantieristica navale in pieno sviluppo a area in progressiva dismissione degli impianti industriali.
Quello che è successo e succede a Genova è quello che è successo continua a succedere all’intero paese. L’impatto della liberalizzazione del mercato del lavoro non si è trasformato in stimolo verso l’innovazione, la crescita reale, lo sviluppo non solo strettamente finanziario ma produttivo delle imprese. A Genova, forse, è iniziato ad accadere solo prima quello che sta accadendo oggi in tutta Italia. La mutazione verso il terziario “forzato” di una città a vocazione fortemente industriale e produttiva non è per forza un fattore positivo, anzi può rappresentare un indice di declino. E la trasformazione del mondo del lavoro (a Genova come nel resto d’Italia il 40% dei nuovi contratti sono precari) può determinare un cambiamento sociale non facilmente gestibile con tensioni e disagio, uno svuotamento culturale, lo svilimento di istituzioni pubbliche che hanno rappresentato la storia democratica di una città.Genova è un paradigma dell’Italia di oggi: il centro ancora imbellettato per il G8; il porto storico diventato uno dei salotti buoni grazie alle Colombiadi mentre il porto industriale e commerciale è decontestualizzato dal resto della città e connesso quasi solo esclusivamente con la sopraelevata che divide e non ricuce (senza parlare di Voltri che è “oltre” la città); la città vecchia in parte degradata e fatiscente e in piena emergenza sociale e in parte trasformata in area commerciale radical chic; i quartieri popolari costruiti a dispetto (quasi sempre in deroga) dell’evidente rischio idrogeologico; i lavoratori stranieri che affollano (in regola e clandestini) moli e cantieri, perché costano meno, perché sono “mobili” o forse solo “facilmente riciclabili” o meglio sfruttabili.
Genova è quella città che guarda dall’alto una notte il mare e una petroliera che brucia in rada: erano i primi anni ’90 e la Haven esplose, bruciò e affondò davanti alla città, causando il più grave disastro ambientale mai verificatosi fino allora nel Mediterraneo. Genova guardava la Haven bruciare dall’alto delle sue colline, lontana: una città di mare che si era dimenticata il mare, una città di porto che rifiutava l’origine del proprio successo e benessere, una città di industria e commercio e lavoro che aveva dimenticato il proprio Dna.
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