martedì 9 gennaio 2007

Introduzione

Per elaborare questo progetto siamo partiti da una riflessione. L'attuale modello occidentale, definizione estremamente riduttiva di un insieme di aspetti politici, economici, culturali e psicologici, si è infranto contro la complessità della torre di babele dei localismi, culture e bisogni. Non basta, come fattore di giudizio del grado di sviluppo reale di una società, la potenza militare, il tasso di crescita di prodotto interno lordo di una nazione o del cambio favorevole di una moneta. "Come mai l'America, la terra delle opportunità, è potuta scivolare in coda alla classifica delle nazioni sviluppate – e a forte distanza dai paesi europei – per diseguaglianza di reddito e povertà? La risposta potrebbe essere trovata nel modo in cui gli americani sono soliti spiegare il fatto che alcuni diventano ricchi, mentre altri restano poveri. Gli statunitensi hanno universalmente adottato un atteggiamento ultraliberista rispetto agli affari e al commercio: se a tutti viene offerta l'opportunità di studiare, se si lascia che il mercato agisca liberamente e se ci si assicura che lo Stato non influisca troppo con il suo funzionamento, chi è determinato e capace riesce a raggiungere il vertice con le proprie forze. Viceversa, chi non è abbastanza determinato o capace non farà molta strada, ma questo è nella natura delle cose. L'America è sempre stata la terra delle "pari opportunità", non quella degli "uguali risultati". Come recita un vecchio adagio americano, "o nuoti o anneghi" (Jeremy Rifkin - Il sogno europeo). Lo stesso concetto espresso da Rifkin, il "o nuoti o anneghi" come motore dello sviluppo statunitense, si è infranto – e ha mostrato tutti i suoi limiti - nel 2005 con la terribile alluvione di New Orleans causata dall'uragano Katrina: i volti e le voci degli esclusi che vivevano nei sobborghi della città americana sono rimbalzati sui media di tutto il mondo a dimostrazione di un fallimento di un modello economico, politico e culturale che non tiene conto, per meglio dire rimuove, una grana parte della popolazione non solo dalla suddivisione e distribuzione e di ricchezza, ma addirittura da quel immenso diario collettivo e quotidiano rappresentato dall'informazione. Prima dell'uragano per la società americana i poveri e gli esclusi dei sobborghi di New Orleans non esistevano: come se un essere umano ignorasse volutamente un proprio arto, una mano, un occhio, un organo interno e vitale.

Gli Stati Uniti e il loro modello sociale ed economico apparentemente possono sembrare molto remoti visti dalla nostra realtà, dall’Europa, Dall’Italia. Eppure il modello iper-liberistra sintetizzato da Rifkin nel “o nuoti o affoghi, da circa quindici anni si è trasformato nell’unico modello di riferimento per l’intera sistema occidentale trasformandosi da schema socio-economico di una determinata cultura e Nazione a una vera e propria ideologia globale. Non è un caso che lo stesso Wall Street Journal – che notoriamente non è una fanzine no global – a metà degli anni ’90 abbia paragonato il fenomeno della globalizzazione, e delle drammatiche ristrutturazioni interne alle grandi corporation multinazionali, alla rivoluzione culturale cinese, con tanto di processi sommari e sedute di auto-denuncia da parte di manager e quadri non allineati con il grande processo in atto a seguito della caduta del sistema del “male”, del modello politico economico del blocco sovietico.

Non è necessario appartenere o simpatizzare per i no global per rendersi conto che questa ideologia, il Mercato come panacea di ogni male, si è radicato anche da noi, se pur in una sua forma semplificata e spesso primitiva: la corsa alle privatizzazioni, alla mobilità, alle ristrutturazioni, alla riduzioni di vincoli e regole ha spianato in una manciata di anni più di 50 anni di welfare e architettura istituzionale e economica realizzati con la nascita della Repubblica per coniugare e rendere possibile il matrimonio – a volte azzardato, basti guardare molte delle distorsioni interne all’Iri e alla Cassa del Mezzogiorno – fra pubblico e privato.

Da questa premessa abbiamo sentito l’esigenza di individuare una metafora adeguata, un ambito narrativo simbolico forte, per descrivere la fase storica di trasformazione che stiamo vivendo, cercando anche di capire la particolarità, all’interno di un sistema globalizzato, del quadro italiano.

Questo progetto, le informazioni riportate nelle pagine che seguono, sono il frutto di un lavoro decennale di inchieste giornalistiche realizzate per testate come Diario, la Agenzia Dire, PopolareNetwork e la rivista Modus a partire dai primi anni '90.

Molte delle intuizioni, individuate a partire dal '97 in un'inchiesta/reportage nel porto di Genova realizzata per Diario, si sono dimostrate poi assolutamente vere: si stava già tendendo alla deregolamentazione del lavoro nei porti e nei cantieri navali, all'abbattimento delle già non rigide pratiche per la sicurezza sia della navigazione che del lavoro in molte aree portuali, all'applicazione delle "gabbie salariali" utilizzate ad esempio nella prima fase dello sviluppo del terminal di Gioia Tauro, l'uso sempre più indiscriminato del lavoro precario. Soprattutto emergeva la trasformazione sociale e urbanistica profonda di quella da sempre considerata la maggiore città a vocazione marittima e portuale d'Italia: Genova. Trasformazione oggi davanti agli occhi di tutti.

Trasformazione o declino? Da questa domanda parte il lavoro che ci proponiamo. Una domanda non soltanto retorica, ma fondata sulla vita, e la pelle, di chi in quella società urbana ci vive, che ha visto trasformarsi modi e forme di lavoro e di autorappresentazione sociale, che in gran parte ha visto cancellare in poco più di dieci anni la propria storia.

Ci sono già stati dei tentativi anche recenti di affrontare la "metafora" genovese, anche se solo attraverso una ricostruzione storica e affidandosi esclusivamente a materiali audiovisivi di repertorio: sto parlando di "Andiamo a Genova" di Silvia Savorelli realizzato con la C.G.I.L. il Centro confederale regione Liguria e la Camera del lavoro Metropolitana di Genova con la collaborazione dell'Archivio della Liguria fondazione Ansaldo. Si tratta di un lavoro rigoroso che però non affronta l'oggi, non racconta la trasformazione in atto, le speranze e le esigenze emerse negli ultimi dieci anni. E soprattutto non viene affrontato il dato simbolico che una realtà come quella di una città portuale in generale, e di Genova in particolare, assume nel fotografare la società non solo italiana ma anche europea.

Affrontare in particolare il mondo del lavoro dei portuali genovesi, significa raccontare non solo la storia di uno o più casi di lavoratori, ma entrare nel processo umano di relazioni familiari e sociali: l'insieme dei fattori che costituiscono l'ossatura di una città e di un paese. Dietro a ogni lavoratore c'è la storia di una persona che va ben oltre al ruolo che questa ha nella produzione, nell'economia, nella crescita o nel declino di un sistema di semplice mercato.

Nelle pagine che seguono vengono indicati, per linee generali, i fattori sui quali si basa questa proposta. Si potevano avanzare molte ipotesi di lavoro: quella di realizzare un'inchiesta sulla realtà del solo aspetto del lavoro portuale limitandosi a un reportage veloce di denuncia sulla deregulation nel settore occupazionale; oppure si poteva affrontare l'emergenza emersa negli ultimi mesi in relazione alle lotte dei lavoratori portuali in tutta Europa parlando di Genova solo come di una dei tanti porti coinvolti; si poteva anche limitare il progetto alle questioni della sicurezza e dell'ambiente; o ancora si poteva fare un'operazione di ricostruzione storica sul mondo dei camalli. In realtà tutte queste ipotesi sono valide, ma ognuna è limitata. Quello che si vuole realizzare è un documentario che racconti tutti questi aspetti all'interno di un unico percorso: narrare la trasformazione della nostra società attraverso lo sguardo di una città simbolo, centrale per la sua vocazione mercantile e produttiva, aperta al mondo attraverso il suo porto e profondamente ancorata alla storia europea e del Mediterraneo attraverso il mondo dei suoi lavoratori.

Pietro Orsatti

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